La IX Conferenza di IAERE, Italian Association of Environmental and Resource Economists, presieduta dal Prof. Sergio Vergalli (ordinario presso l’Università degli Studi di Brescia) ha acceso riflettori e attivato riflessioni per tre giornate (dal 21 al 23 aprile) sui temi della sostenibilità e dell’ambiente.

Consapevoli dell’urgenza delle tematiche affrontate – le sfide della sostenibilità, la tassazione energetica e l’economia circolare – come siderweb abbiamo scelto di supportare i lavori della Conferenza, ponendoci in ascolto di Nobel ed economisti come Pindyck e Nordhaus. E l’ascolto delle loro visioni ha inevitabilmente portato ad alcune riflessioni sul futuro della nostra filiera, che oggi vorremmo proporvi.

Come siderweb, ascoltando quotidianamente i protagonisti della filiera dell’acciaio in uno spazio di confronto e innovazione, ci siamo resi conto di come le tematiche sulla sostenibilità siano urgenti e attuali. E non solo perché in una filiera che vale 60 miliardi di euro di fatturato, energivora per definizione, la strada verso una crescita sostenibile – e competitiva al tempo stesso – sta diventando non solo un trend ma un vero e proprio asset della strategia di impresa. Un “MUST”, direbbero gli anglosassoni.

E così, quando con Bilanci d’Acciaio analizziamo i conti di oltre 5.000 aziende della filiera – dalla produzione all’utilizzo di acciaio – ci rendiamo conto di come le aziende già si stanno muovendo verso una cultura industriale più verde, più circolare; lo dimostrano gli investimenti fatti: investimenti di tipo economico orientati a supportare iniziative e progetti di economia circolare ed investimenti sul versante della formazione e del capitale umano.

Perché sì, la strada verso una crescita sostenibile, anche in siderurgia, presuppone tre binari principali, tre dimensioni: il prodotto, per un acciaio che sia sempre più green, realizzato con meno emissioni di CO2, utilizzando materiale recuperato come i rottami di ferro; il capitale umano, per essere in grado, con il supporto della formazione, di affrontare le nuove competenze che impatteranno il mercato del lavoro; infine, il territorio: le nostre aziende sono vicine alle città, sono dentro le comunità, diventa quindi fondamentale instaurare un dialogo normato e trasparente, una narrazione, con gli stakeholder di riferimento.

Il prodotto. Come dicevo, le nostre aziende si stanno già muovendo verso percorsi certificati per misurare l’impatto sull’ambiente e progressivamente ridurlo. Da uno studio realizzato da siderweb sulle politiche di sostenibilità implementate in siderurgia è emerso che l’82% delle aziende si sta già muovendo in questa direzione, con percorsi di Corporate Social Responsibility, con progetti specifici per la riduzione dell’impatto ambientale (quali certificazioni, EPD dei prodotti, Carbon Footprint, EMAS, Water Footprint, Oshas 18001, WHP, Reporting certificato, DNF e Bilancio di Sostenibilità).

Quindi un elemento di “tassazione”, anche se intrinseco già è stato messo in conto da una filiera che vanta già diversi motivi per i quali può considerarsi “green”:

  • Pensiamo all’acciaio, è il materiale più riciclato al mondo: può essere riciclato infinite volte, al 100%, senza perdere nessuna delle sue proprietà originarie.
  • Pensiamo al rottame, tutti quei materiali che vengono dismessi e recuperati, fusi nei forni elettrici per produrre nuovamente acciaio. L’Italia è il primo produttore europeo di acciaio da forno elettrico. E questo rende la siderurgia italiana un passo avanti in termini di impatto ambientale. Se nell’Unione europea il 40% della produzione siderurgica è realizzata grazie al recupero del rottame ferroso grazie all’utilizzo dei forni elettrici, in Italia questa percentuale è ben superiore e arriva all’80-85%, in virtù delle numerose aziende elettrosiderurgiche presenti nel nostro Paese.
  • Pensiamo alle scorie che vengono riutilizzate, ai fumi delle acciaierie che diventano calore per le case e i cittadini, un esempio bellissimo nella nostra città.
  • Pensiamo all’energia e a tutto il tema della decarbonizzazione. La diminuzione della CO2 è possibile attraverso diverse strade, dall’uso dell’idrogeno a soluzioni che puntano al sequestro della CO2 e all’utilizzo di carbonio di origine biologica.

Dal nostro osservatorio verticale, i presupposti per un’industria più verde, circolare e innovativa ci sono e, guardando al medio-lungo termine, lo saranno sempre di più, anche grazie alle spinte del Green New Deal europeo che chiede alle imprese manifatturiere di adottare modelli di sviluppo sostenibili e circolari: in Europa, i grandi player stanno già integrando nei propri impianti nuove tecnologie a supporto della transizione green.

Il capitale umano. Non dimentichiamo che i trend della sostenibilità e dell’economia circolare modificheranno, negli anni a venire, anche il mercato del lavoro e le competenze delle risorse, irrobustendo le conoscenze digitali e integrando nuove capacità. Il Centro Studi di Randstad Research sta svolgendo una ricerca orientata proprio a identificare quali conoscenze e abilità caratterizzeranno i mestieri che verranno (pensiamo ai lavori del futuro che sono già con noi, come il carbon footprint analyst); lavori che già si intravedono per il prossimo futuro (blockchain specialist), lavori che dovranno verosimilmente esserci e lavori attuali che si stanno trasformando. E anche nella nostra filiera sempre più dovremo investire non solo su progetti di economia circolare, ma anche sulle competenze e sulla formazione che si intreccia con le nuove sfide della sostenibilità.

Il territorio e il capitale narrativo. Competenze, formazione, infine il racconto. O, per dirla alla Luigino Bruni, il “capitale narrativo”: l’economia circolare non è legata solo alla capacità dell’impresa di attivare politiche sulla sostenibilità, ma anche alla sua capacità di comunicare efficacemente la strategia green agli stakeholder interni ed esterni, con una comunicazione normata, trasparente e misurabile. Il “capitale narrativo” della nostra filiera ha molto sofferto in questi anni. Logoranti vicende di cronaca e giudiziarie ci hanno penalizzato rendendoci, agli occhi dei cittadini, una filiera “brutta, sporca, cattiva”. Questo è il percepito ad oggi, purtroppo. E allora, per comunicare quanto green sia il nostro acciaio bisogna ripensare il racconto e rivedere le parole chiaveOscar Farinetti – imprenditore visionario – dice che le parole del futuro saranno quelle che cominciano per “ri-“: riparare, riciclare, riutilizzare, anziché quelle con il prefisso “pro-” che ha caratterizzato il passato. E allora anche nella nostra filiera e con l’aiuto delle tecnologie digitali dovremo: ri-pensare l’acciaio, per renderlo più green, con adeguati investimenti nelle politiche di sostenibilità e di misurazione degli impatti. Ri-mettere l’uomo al centro, accompagnando il capitale umano verso le nuove competenze, con una formazione adeguata. E infine: ri-scrivere un nuovo racconto. Per la siderurgia che oggi rappresento ma più in generale per il nostro sistema Paese.

 

FONTE: SIDERWEB.COM