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Nemmeno la reazione iraniana con il bombardamento delle basi americane in Iraq ha influenzato l’effetto ritracciamento che sta caratterizzando gli scambi sia per il Brent che per il WTI.

Di fatto le tensioni mediorientali si sono innescate in una fase di crescita partita dal mese di ottobre quando le quotazioni orbitavano poco al di sopra dei 50 dollari al barile mentre ora sono di dieci dollari più alte.

Il circa 60/70 dollari al barile toccati in questi giorni non rappresentano però nemmeno il punto più alto degli ultimi mesi registrato invece sul finire di aprile 2019.

Sicuramente un greggio a prezzo sostenuto rappresenta un fattore di costo da non sottovalutare, ma potrebbe persino diventare un’opportunità per i produttori siderurgici e i forgiatori specializzati nella fornitura del settore Oil.

Da mesi l’Opec con i tagli di produzione cerca di sostenere il prezzo del petrolio attorno ai 70 dollari al barile, un prezzo ritenuto congruo per non creare shock al mercato, ma sufficiente per rendere remunerativi i numerosi investimenti congelati a fronte di un prezzo della materia prima depresso.

Pertanto con una quotazione stabilmente al di sopra dei 60 dollari al barile si potrebbe assistere alla riattivazione dei cantieri e ad un maggior consumo di materiali che dovrebbe far incrementare anche la domanda soprattutto di tubi.

Forse per ora le valutazioni sono ancora abbastanza preliminari, dato che i movimenti del greggio sono stati legati all’andamento delle tensioni, resta ora da chiarire cosa succederà dal momento che l’Iran ha risposto all’uccisione del proprio generale, minacciando ritorsioni maggiori nel caso gli USA decidano di lanciare una nuova offensiva (opzione per ora esclusa dal presidente Trump).

 

FONTE: SIDERWEB.COM

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