Attendere. Rimanere alla finestra. Aspettare. Queste sembrano le parole d’ordine della filiera italiana dell’acciaio in tempo di coronavirus. Ascoltando gli operatori in questi convulsi giorni, contraddistinti da notizie sempre nuove (e spesso contrastanti), da numeri dei contagiati in aumento e da decreti e ordinanze sempre più restrittive, emerge un atteggiamento orientato alla prudenza da parte degli attori del mercato, un atteggiamento che nei fatti sembra aver congelato il settore.

Al momento, infatti, la parola d’ordine sul fronte acquisti è «rimandare». Ciò avviene per una serie di ragioni, tutte (o quasi) legate da un lato all’evoluzione della malattia, dall’altro alla mancanza di linee guida condivise sulla modalità di affrontare il problema. Partendo dal secondo elemento, gli intervistati riferiscono di essere alla ricerca di una bussola per affrontare le difficoltà pratiche che si stanno creando. Innanzi tutto per ripensare e riorganizzare le attività sia dentro sia fuori la fabbrica. Dentro, la gestione degli accessi, degli spazi comuni, delle postazioni di lavoro, dell’entrata di fornitori o clienti, da sempre pratica collaudata, ora presenta incognite che le imprese (specialmente quelle presenti nei territori sottoposti a restrizioni) stanno cercando di risolvere nel migliore dei modi. Fuori dalle fabbriche, negli uffici, cambia il modo di organizzare riunioni, i contatti con i clienti si diradano o si rimandano e lo smart working, un concetto che da anni aleggia sull’economia nazionale ma che ha toccato fino a ieri solo poche realtà, diventa concretezza anche nelle imprese di medio piccole dimensioni. Allo sforzo per questo cambiamento repentino e improvviso si aggiunge il fattore «I», ovvero l’incertezza. L’escalation della malattia è imprevedibile, così come non è possibile né prevedere la sua diffusione né tantomeno le ulteriori misure che saranno prese in Italia e all’estero. Sarà ancora possibile consegnare? Come reagiranno i mercati esteri alle notizie provenienti dall’Italia? Cosa succede se un operaio è contagiato? Queste sono solo alcune delle domande che rimangono senza risposta e che preoccupano in prospettiva gli operatori, soprattutto ora che il contagio sembra aver colpito anche il resto d’Europa (al 08/03 c’erano oltre 1.000 contagiati anche in Francia, Germania e Spagna, con numeri in crescita).

La risposta degli operatori, o almeno della maggioranza di essi, per ora è stata volta alla prudenza. Nonostante in alcuni mercati, come per esempio quello dei coils in acciaio al carbonio, si sia diffusa l’idea che un riassortimento sia necessario, esso viene rimandato in attesa di maggior chiarezza. Quello dei coils non è l’unico caso: la situazione appare abbastanza comune negli acciai al carbonio, dove in media il carico di lavoro dei produttori si sta, coerentemente, alleggerendo. Sul versante dei prezzi, però, al momento nulla accade: mentre il petrolio crolla e le materie prime quotate stanno cedendo terreno, il minerale ferroso ed il rottame sembrano vivere una situazione relativamente tranquilla, così come i prezzi dei finiti in acciaio al carbonio.
Per i prodotti specialty, realizzati su misura o su richiesta del cliente, invece alcuni clienti si sono comportati al contrario rispetto agli acquirenti dei prodotti “commodity”: per la paura dell’interruzione delle forniture, alcuni operatori hanno anticipato gli acquisti, portando ad un volume d’ordini che non si vedeva da qualche mese. Ma questa, come detto, è una situazione minoritaria.

Per il futuro la situazione rimane nebulosa. Dal punto di vista del mercato la chiave sarà il ritorno alla normalità: più verrà posticipato, più il settore andrà sotto stress. Ovviamente anche la geografia farà la sua parte: se il contagio sarà limitato a qualche area (sia dell’Italia sia dell’Europa), si potrà ripartire con danni contenuti per la siderurgia, mentre se si diffonderà a macchia d’olio in tutto il continente è impensabile immaginare che non ci saranno conseguenze anche sui prezzi.

Sarà anche interessante verificare, a distanza di mesi, che cosa sarà sopravvissuto del nuovo assetto lavorativo. Si diffonderà lo smart working o si tornerà sui propri passi? Nelle aziende si creeranno protocolli di sicurezza in caso di crisi sanitaria? La gestione degli ingressi nelle fabbriche e negli uffici cambierà o tornerà come prima? In tempi di crisi, di difficoltà e di sfide spesso si trovano soluzioni efficienti, che creano nuovi standard anche per l’avvenire. La speranza, in questo momento, è che la siderurgia nazionale metta in campo tutta la propria professionalità, caparbietà e inventiva per mettere al sicuro il settore dalle sfide future. Siano esse di mercato, strutturali o anche sanitarie.

 

fonte: SIDERWEB.COM