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Una riduzione in linea con quella del PIL. Il commercio estero italiano nel 2020 si muove con magnitudo simile a quella del prodotto interno lordo: secondo i dati dell’ISTAT, infatti, mentre il primo cede il 9,7% rispetto al 2019, il secondo si riduce dell’8,9%. In entrambi i casi si tratta di cedimenti di portata storica, diretta conseguenza delle misure intraprese in tutto il mondo per cercare di arginare la diffusione della pandemia.

Entrando maggiormente nel dettaglio, la riduzione delle vendite italiane all’estero ha fatto rilevare «variazioni di pari entità – si legge nella nota dell’ente statistico – verso entrambi i mercati di sbocco, area Ue ed area extra Ue». Il calo è dovuto «per oltre un terzo al calo delle vendite di beni strumentali, è estesa a tutti i principali mercati di sbocco: paesi ASEAN e OPEC, Francia e Regno Unito mostrano le flessioni più marcate; all’opposto, è molto contenuto il calo dell’export verso la Cina».
Tra le macrocategorie individuate dall’ente statistico, quella che cede maggiormente è l’energia, che fa registrare una contrazione del 39,7% rispetto al 2019, seguita dai beni durevoli (-12,0%), dai beni strumentali (-11,6%), dai beni intermedi e dai beni di consumo (-7,5% per entrambe le categorie) e dai beni non durevoli (-6,5%).
In un panorama complessivo negativo, arrivano però alcuni segnali di ottimismo per l’export tricolore. «Nell’ultimo trimestre del 2020, rispetto al trimestre precedente, le esportazioni crescono del 3,3%, trainato soprattutto dalle maggiori vendite di beni strumentali e beni intermedi». Inoltre, «A dicembre 2020, l’export registra una crescita tendenziale del 3,3% (da +1,1% di novembre), dovuta all’aumento delle vendite sia verso i mercati extra Ue (+4,1%), sia verso l’area Ue (+2,4%)». Un ulteriore elemento positivo, per la siderurgia, è dato dall’analisi congiunturale dei dati settoriali: «Tra i settori che contribuiscono maggiormente all’aumento tendenziale dell’export si segnalano metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (+21,8%), mezzi di trasporto, autoveicoli esclusi (+28,5%), prodotti alimentari, bevande e tabacco (+7,8%) e autoveicoli (+11,0%). I maggiori cali riguardano prodotti petroliferi raffinati (-35,6%), articoli in pelle (-11,1%) e articoli di abbigliamento (-9,6%)».

Per quanto concerne le importazioni, nel 2020 hanno fatto registrare una riduzione maggiore rispetto all’export, perdendo il 12,8% rispetto al 2019. La contrazione è dovuta in particolare al calo dei traffici provenienti da Paesi terzi (-15,2%), mentre gli arrivi dall’Ue sono diminuiti del 10,9%. In particolare, le importazioni di energia sono scese del 40,9%. Come per le esportazioni, anche l’import mostra un incremento nell’ultimo trimestre dell’anno (+4,3% rispetto al trimestre precedente), mentre a dicembre il dato è negativo per l’1,7%.

Analizzando la bilancia commerciale italiana nel 2020, quindi, si può riscontrare che l’andamento dell’export è stato fortemente correlato a quello del PIL, con una differenza di un solo punto percentuale, mentre l’import ha ceduto maggiore terreno, segno forse di una certa debolezza del mercato interno. Da segnalare, come elementi positivi in un quadro comunque preoccupante, due dati: l’incremento del valore medio unitario dell’export rispetto al 2019 (+0,6%) e l’aumento dell’avanzo commerciale, passato da +56,116 miliardi nel 2019 a +63,577 miliardi nel 2020 (86,125 miliardi al netto dei prodotti energetici).

 

FONTE: SIDERWEB.COM