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La rivoluzione europea per proteggere l’industria del Vecchio Continente passa per Strasburgo dove è stata approvata la nuova normativa per le misure anti-dumping.

 

Un nuovo arsenale di misure che di fatto elimina il concetto della lista nera delle economie non di mercato, che stava ormai diventando obsoleta e non più efficace. Così, dopo 6 mesi di lavoro tra Commissione, Consiglio e Parlamento, l’eurodeputato italiano Salvatore Cicu può a buon diritto affermare che «non stiamo solo discutendo se la Cina sia un’economia di mercato o un’economia non di mercato, ma se il nostro sistema europeo possa e debba creare regole uguali per tutti e se queste regole possano offrire le stesse opportunità a tutti. La risposta è sì, perché abbiamo bisogno di una concorrenza equa e leale».

Ora manca solo il passaggio d’approvazione del Consiglio europeo, che potrebbe arrivare entro fine anno, quando sarà pubblicata anche la prima relazione della Commissione che darà conto del sistema Cina e delle eventuali distorsioni che sono presenti sul mercato e provocano situazioni di dumping.

Prima di entrare nel dettaglio delle novità regolamentari, che per altro non prevedono costi aggiuntivi per le Pmi sull’onere della prova, va detto che questo via libera così celere, rispetto a lentezze comunitarie di altri tempi, è indirettamente legato anche alla progressiva uscita di scena del Regno Unito, che negli ultimi anni, aveva guidato la pattuglia dei Paesi del Nord Europa per mitigare le azioni legali contro la Cina.

Non sfugge quindi che la Brexit sia stata un’opportunità per mettere in campo nuove misure che permettono di difendere i posti di lavoro e le imprese dell’UE. Oggi queste ultime hanno grandi difficoltà a competere con le importazioni a basso prezzo dei Paesi terzi con capacità di produzione in eccesso e economie sovvenzionate, soprattutto nei settori dell’acciaio, dell’alluminio, delle biciclette, del cemento, dei prodotti chimici, della ceramica, del vetro, della carta e dei pannelli solari.

Il nuovo sistema antidumping è molto più sofisticato di quello che sta immaginando, ad esempio, Washington e dimostra anche la consapevolezza da parte di Bruxelles e degli Stati membri di non poter interrompere logiche di libero scambio che sono necessarie alla crescita economica e alla tenuta dell’occupazione in Europa (come hanno ribadito in questi mesi Juncker, i commissari Moscovici e Katainen, ma anche il presidente della Bce, Mario Draghi).

Secondo il nuovo sistema un ruolo centrale è stato assegnato alla Commissione che è chiamata a monitorare la situazione nei Paesi esportatori e in base ai singoli settori economici. In base alle relazioni che l’esecutivo europeo pubblicherà, le singole imprese potranno presentare reclami, ma l’altra novità, come già anticipato, è che questo procedura non richiederà oneri supplementari per le aziende europee.

Non solo la Commissione dovrà mettere in campo sistemi d’assistenza alle Pmi per aiutarle e facilitarle nel percorso che va dalla presentazione della denuncia fino all’esito finale del reclamo. Tra le altre novità, che erano già state anticipate, dopo le riunioni del Trilogo di inizio ottobre, vi è anche l’utilizzo di parametri sociali e ambientali per valutare eventuali distorsioni nei prezzi dei Paesi esportatori. E ancora, per valutare le distorsioni saranno presi in considerazione molti parametri: le politiche d’influenza dello Stato terzo, la presenza diffusa di imprese di proprietà statale, l’assenza d’indipendenza del settore finanziario. Insomma l’Europa, rendendosi conto di non poter più colpire la Cina con metodi tradizionali, ha provato a costruire un’arma su misura per colpire Pechino e le aziende cinesi.

Entro fine anno, oltre all’approvazione del nuovo sistema di anti-dumping, dovrebbe vedere la luce anche la barriera di protezione per le industrie europee ad alta specializzazione tecnologica, che da qualche anno sono finite nel mirino, ancora una volta, della Cina. Anche in quel caso grande potere di controllo sarà dato alla Commissione europea, anche se alla fine l’ultima parola spetterà agli Stati membri, che tuttavia in caso di mancata comunicazione con Bruxelles, potrebbero ricevere ammonimenti formali.

Se, con il passare dei mesi, la nuova strategia anti-cinesi sta inesorabilmente prendendo forma, lo stesso può dirsi per gli scenari post-Brexit, in quella che sta diventando anche una guerra psicologica nei confronti del governo britannico.

In una fase di stallo del negoziato tra Bruxelles e Londra, in cui il Regno Unito sta temporeggiando su tutte le richieste europee che valgono da prerequisito per aprire poi il negoziato sui futuri rapporti commerciali, l’Unione europea sta lentamente togliendo certezze agli inglesi.

Va letto in questa direzione la rinnovata volontà di Bruxelles di portare a termine nel minor tempo possibile gli accordi quadro con Nuova Zelanda e Australia. Stati membri del Commonwealth sono storicamente partner commerciali privilegiati di Londra, ora Bruxelles ha fretta di trovare un’intesa commerciale che ricalchi il Ceta.

Se ciò avvenisse prima del 2019 quando ufficialmente dovrebbe consumarsi il divorzio con il Regno Unito, allora l’Ue sarebbe in un’ulteriore posizione di vantaggio. Non solo, memori del rischio corso con l’accordo col Canada in cui l’opposizione del piccolo parlamento regionale della Vallonia ha messo a repentaglio anni di negoziati, ora la Commissione sta lavorando ad una procedura di fast-track almeno per tutte quegli ambiti commerciali e di cooperazione che possono essere considerati in termini comunitari.

 

 

 

 

Fonte: siderweb.com

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