Venerdì, 28 Marzo 2014 00:00

Grecia - Anche l’acciaio naufraga sotto i colpi dell’austerity. Cronaca di un disastro (annunciato?)

Punti di vista. A volte è solo una questione di punti di vista. Come definireste un mercato che in sei anni perde il 24% della propria produzione, il 40% del consumo apparente, che viaggia con una capacità produttiva quasi doppia rispetto al consumo interno e nel quale l’unica valvola di sfogo sembra essere l’export? I più definirebbero questa situazione un incubo, un inferno. Alcuni dei lettori, i più attenti, hanno anche riconosciuto i numeri: si tratta dei dati della siderurgia italiana dal 2007 al 2013. Ma, se ad un operatore tricolore questi dati potrebbero sembrare disastrosi, provate a sottoporli ad un siderurgico greco. Lui, per numeri così, farebbe i salti di gioia.

A pochi giorni dall’annuncio di chiusura, causa crisi, da parte di due dei principali impianti siderurgici ellenici (Hellenic Halyvourgia e Halyvourgiki), Siderweb ha realizzato un approfondimento sull’acciaio greco, per cercare di capire quali sono state le conseguenze dell’austerity sul settore.


Grecia: da economia rampante a palla al piede dell’eurozona -  Era uno dei Paesi con un tasso maggiore di crescita nell’Unione europea. Uno stato indicato da molti come modello da seguire. Stiamo parlando della Grecia. Nei primi anni del nuovo secolo il Paese mediterraneo aveva stupito l’Europa, con il controllo dei conti pubblici (il deficit/pil sceso da oltre il 10% negli anni ’90 a meno del 3% dieci anni dopo), con la crescita degli investimenti e con un tasso di sviluppo del Pil invidiabile. Mentre l’Europa arrancava (+1,2% nel 2002, +1,5% nel 2003, +2,6% nel 2004, +2,2% nel 2005, +3,4% nel 2006 e +3,2% nel 2007), l’economia greca incrementava il proprio valore con percentuali costantemente al di sopra della media continentale: +3,4% nel 2002, +5,9% nel 2003, +4,4% nel 2004, +2,3% nel 2005, +5,5% nel 2006 e +3,5% nel 2007. I driver di sviluppo del Paese sono stati la marina mercantile (i cantieri «pesano» per il 4,5% del Pil) e l’edilizia, trainata dalle opere pubbliche intraprese per i Giochi Olimpici del 2004. Ma poi, qualcosa si ruppe. Nel 2008 l’economia inciampò per la prima volta, con il Pil che si ridusse dello 0,2%, un risultato inferiore a quello dell’Ue. E nel 2009 ci fu la brusca svolta negativa. Dopo le elezioni di quell’anno, il presidente Papandreou dichiarò il Paese a rischio bancarotta. Nel giro di pochi mesi le agenzie di rating effettuarono pesanti downgrading del debito ellenico e sui mercati iniziò a diffondersi la paura dell’insolvenza della Grecia, il cui debito pubblico, intanto, iniziò a decollare. Per tamponare la crisi di fiducia, il Paese fu costretto ad accettare un prestito a breve e medio termine di 110 miliardi di euro, da parte dell’Ue e del Fondo Monetario Internazionale, in cambio del quale, però, fu costretta ad imporre un severo piano di austerity, del valore di oltre 30 miliardi di euro in tre anni. Ma anche questi tagli non furono sufficienti a riconquistare la fiducia dei mercati, ed allora nel 2011 ci fu un secondo prestito di salvataggio (dell’importo di 130 miliardi), condizionato, ancora una volta, ad un altro piano «lacrime e sangue» che prevede, tra l’altro, licenziamenti in massa di dipendenti pubblici, tagli alle pensioni ed agli stipendi ed un aumento delle tasse. Inoltre, nel Paese si installò la cosiddetta «Troika», composta di FMI, BCE ed Ue, a vigilare sulla situazione economica greca. Nonostante gli interventi internazionali, nel 2012 si è verificato il temuto «haircut» del debito: i possessori privati di titoli di stato greci si sono visti ristrutturare il debito, riducendo il valore nominale di più del 50% ed allungandone la scadenza.
La crisi del debito ha avuto un effetto devastante sull’economia ellenica. Il settore pubblico, infatti, conta per circa il 40% del Pil e, con i pesanti tagli al personale ed agli stipendi, i governi hanno sì ridotto la spesa pubblica nominale, ma anche compresso il montante del Pil, tanto è vero che, in rapporto al Pil, la spesa pubblica è passata dal 45% del 2002 al 53% del 2012. Uno dei settori trainanti, l’edilizia, è stato colpito tre volte: dal credit crunch, dall’eccesso di offerta sul mercato, figlia dell’ipercostruito degli anni precedenti, e da una tassazione più severa sugli immobili. Il tutto ha portato la Grecia, da leader della crescita dell’eurozona, a divenire la pecora nera dell’area, sia in termini di crescita che in termini di conti pubblici. I dati del Pil fanno rabbrividire: -3,1% nel 2009, -4,9% nel 2010, -7,1% nel 2011, -7,0% nel 2012 e -3,9% nel 2013. Forse l’emorragia si interromperà nel 2014, con un modesto +0,6%. I conti pubblici, nonostante i tentativi di arginare deficit e debito, sono allo sbando: il rapporto deficit/Pil è esploso sino al 15,7% del 2009 ed oggi fatica ancora a rimanere sotto il 10%, mentre il debito/Pil è salito dal 97% del 2002 al 170% del 2011, ed oggi è ancora sopra il 150%. A livello sociale, poi, la disoccupazione è salita ad oltre il 25%, con punte del 65% per la disoccupazione giovanile.


Proteste greche anti-troika


L’acciaio greco: i numeri della crisi – Con una situazione economica come quella appena descritta, il settore acciaio, comparto pro-ciclico per antonomasia, soffre in maniera drammatica. La produzione siderurgica ellenica, infatti, è basata soprattutto sui tubi saldati e sul tondo per cemento armato, due prodotti utilizzati soprattutto nelle costruzioni, settore che ha avuto i contraccolpi maggiori. L’indice della produzione nell’edilizia, tra il 2009 ed il 2012, ha fatto registrare riduzioni rispettivamente del 17,5%, del 29,2%, del 28,1% e del 26,1% rispetto all’anno precedente. Le costruzioni greche, in pratica, sono in coma. E così come l’edilizia, la siderurgia sta soffrendo in maniera violentissima la congiuntura: mentre nel 2008 la produzione greca era di 2,477 milioni di tonnellate di acciaio grezzo (di cui il 74,9% di tondo per cemento armato ed il 14% di vergella) e di 744.000 tonnellate di tubi saldati, questi numeri nel 2013 si sono ridotti drammaticamente, con l’output di acciaio sceso a 1,055 milioni di tonnellate, per una riduzione del 61,5%. E ancor più drammatici sono i dati del consumo apparente: da 4,475 milioni di tonnellate del 2007 si è scesi, nel 2012 (ultimi dati disponibili) a 1,106 milioni di tonnellate, lasciando per strada il 75,3% del mercato.


Siderurgia: che fare? – Di fronte a questa drammatica situazione le acciaierie greche hanno risposto cercando di puntare sulle esportazioni. Una strategia che, se nel breve ha pagato, nel lungo periodo però rischia di non essere sostenibile. La siderurgia greca, infatti, è interamente basata sul forno elettrico e sulla produzione di lunghi, con spazi marginali alla lavorazione e trasformazione di piani (come i citati tubi saldati e un limitato output di rivestiti, poco più di 100.000 tonnellate annue nel 2009 – ultimi dati disponibili). Ma, ed ecco il primo punto di debolezza, la Grecia ha tra le tariffe elettriche più alte d’Europa, con un costo al megawatt di 80 euro contro una media continentale di 35-40 euro. In secondo luogo, il Paese è importatore netto di rottame, con un flusso di importazione pari a quasi 500.000 tonnellate nel 2012 (ma furono oltre 1,6 milioni di tonnellate nel 2007). Inoltre, come visto, la maggior parte della produzione greca è a basso o bassissimo valore aggiunto. Gli sforzi per contenere le importazioni, con quelle di lunghi che sono scese da 921.000 tonnellate nel 2006 a 185.000 tonnellate nel 2012, e per incrementare le esportazioni (da 478.000 tonnellate di lunghi nel 2007 a 1,137 milioni di tonnellate nel 2011 e 818.000 tonnellate nel 2012) sono proseguiti anche nel 2013, quando il Paese ellenico ha spinto ancor di più sull’acceleratore, ma i risultati sono stati disastrosi. «Più vendiamo, più perdiamo» ha dichiarato un anonimo siderurgico al quotidiano Kathimerini. I nodi, quindi, oggi stanno venendo al pettine. È di pochi giorni fa la notizia che due dei più importanti siti produttivi greci siano prossimi alla chiusura. Halivougiki, gravato da un debito di oltre un miliardo di euro, ha reso noto che sospenderà i contratti al 95% della propria forza lavoro sino al 31 marzo e che successivamente chiuderà il proprio impianto produttivo. Helleniki Halivourgia, invece, gruppo dalla capacità produttiva di un milione di tonnellate annue, avrebbe deciso di licenziare gran parte dello staff dell’impianto di Aspropyrgos (400.000 tonnellate annue di capacità di tondo e vergella), dopo aver tagliato, nei mesi scorsi, anche il numero di operai nel sito di Volos. E questo rappresenta solo la punta dell’iceberg di un settore che si sta velocemente sfaldando.


Grecia e Italia – L’interscambio italo-greco di prodotti siderurgici, attualmente, è limitato. Nei primi undici mesi del 2013,  data-mce-src=infatti, l’Italia ha esportato in Grecia poco più di 200.000 tonnellate di prodotti in acciaio (-5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente), importandone circa 23.000 tonnellate (-47%). Tra i prodotti più importati dai clienti greci ci sono i coils, con circa 115.000 tonnellate (-17%), mentre i lunghi acquistati da clienti ellenici si attestano a poco più di 30.000 tonnellate. I clienti italiani, invece, acquistano soprattutto tubi saldati greci (13.500 tonnellate), che rappresentano quasi il 60% dei volumi totali che dall’Egeo giungono nel Belpaese. In termini monetari, il surplus italiano nel commercio siderurgico con la Grecia si aggira attorno ai 100 milioni di euro.




Conclusione – Nella seconda metà dell’Ottocento, in campo medico, si crearono due distinte tendenze: la medicina allopatica (che cercava di curare le malattie utilizzando principi farmacologici contrari a quelli che hanno provocato il malessere) e la medicina omeopatica (che cura utilizzando minime quantità dei principi che hanno scatenato la malattia). Per combattere la crisi finanziaria greca, l’Unione europea, il FMI e la BCE hanno scelto una cura allopatica. Cura che, secondo i greci, ha distrutto l’economia, ha fatto esplodere il debito ed ha lasciato il Paese, siderurgia compresa, in uno stato di depressione profondissima. Ma che, per i Paesi le cui banche detenevano bond greci (tra cui la Francia con 56,7 miliardi, la Germania con 34 miliardi e il Regno Unito con 14 miliardi), ha consentito di difendere i propri risparmi. Questione, si diceva, di punti di vista.



Fonte: siderweb.com

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