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Eccesso di capacità produttiva e debito sono due malattie gravi dell'industria pesante che in trent'anni ha trainato la Cina portandola al posto di seconda economia del mondo. Ci sono migliaia di fabbriche statali che gli economisti chiamano «zombi», morti viventi: sono state tenute aperte negli ultimi anni solo perché il governo e le banche pubbliche continuano a versarci denaro per ripagare almeno gli interessi sul debito, evitando fallimenti a catena e masse di disoccupati. Una sorta di cassa integrazione con caratteristiche cinesi che però è diventata insostenibile.

Marcegaglia ritocca al rialzo i propri listini. Da lunedì 29 febbraio, infatti, l’azienda mantovana ha applicato un aumento generalizzato di 30 euro la tonnellata su tutta la gamma. La decisione, secondo quanto appreso da Siderweb, avrebbe origine da un vertice di ieri pomeriggio tra i responsabili delle tre divisioni di Marcegaglia Carbon Steel e proprio in queste ore starebbe per essere comunicata ufficialmente a tutti i clienti.

Più ispettori, più controlli, meno importazioni sottoposte a dumping, e maggior velocità nel concretizzare l'istituzione di dazi. Sembra essere questa la linea che l’amministrazione del presidente Barack Obama ha deciso di intraprendere nella lotta all’import selvaggio di acciaio negli Stati Uniti.

La seconda settimana di febbraio 2016 si è chiusa con una ripresa dei prezzi in dollari dei principali prodotti e semilavorati siderurgici sul mercato cinese, mentre le quotazioni delle materie prime hanno registrato variazioni in aumento più ridotte.

Il 2016 sarà ancora un anno di sofferenza, ma dal 2017 dovrebbe arrivare la svolta. Questa l’opinione del noto analista Peter F. Marcus, espressa pubblicamente nei giorni scorsi nel corso di una conferenza internazionale in Iran.

Non c’è soltanto l’oro tra le sorprese del 2016 sui mercati delle materie prime. Anche il minerale di ferro, contro ogni aspettativa, sta riprendendo quota. E il suo rally è ancora più potente di quello del metallo giallo (che peraltro ha già rallentato).
Il prezzo della commodity utilizzata per l’acciaio ieri è balzato di quasi il 6% sul mercato spot cinese, riportandosi sopra la soglia di 50 dollari per tonnellata: per la precisione a 51,52$ secondo il Metal Bullettin.

Ben 59 mila metri quadrati netti. Quasi 2500 espositori da 63 paesi. Di cui 353 solo dall’Italia. Sono come di consueto importanti i numeri relativi all’edizione 2016 del Tube & Wire, la manifestazione fieristica di casa in Germania, a Düsseldorf, giunta alla 15° edizione nell’assetto attuale.
Numeri importanti, benché provvisori, che testimoniano come nonostante le difficoltà affrontate da comparto siderurgico, in molti credano ancora che il mezzo fieristico possa essere un’occasione importante di business.

In un mondo nel quale le opportunità sembrano non essere numerose come in passato, idealmente bisognerebbe essere sempre pronti a cogliere quelle – poche – che ancora ci sono. Ripetere che l’Africa sia considerato il continente dell’oggi e, forse, ancor più del domani è, ormai, ridondante. Ma vero.

Chi sperava in un 2016 più vitale sul fronte della produzione d’acciaio resterà deluso. L’output nazionale di acciaio, come mostrato dai dati aggiornati da Federacciai, inizia il nuovo anno con un -5,3% rispetto a gennaio 2015. Le acciaierie tricolori, infatti, hanno sfornato nel primo mese «solo» 1,8 milioni di tonnellate contro gli 1,9 milioni dell’anno precedente. Un dato negativo che conferma quello che Siderweb aveva già raccolto nelle analisi di mercato riferite allo scorso mese.

Per l’esattezza il 2015 si è chiuso a quota 3.949 lavoratori. Ben 336 unità in meno rispetto al periodo pre-crisi. Questa l’istantanea dell’occupazione siderurgica bresciana realizzata dalla Fiom locale sul finale dello scorso anno che mostra però come a fronte di chiusure di impianti qualche realtà sia cresciuta anche negli anni di crisi.
Partiamo della considerazioni generali. Gran parte della perdita occupazionale si è concentrata in periodi specifici, il triennio 2009-2011 ed il 2015. Per quanto riguarda l’ultimo anno è semplice capire come l’impatto della crisi Stefana non poteva lascare indifferenti, dei 180 posti di lavoro persi nell’ultimo anno ben 152 derivano dall’entrata in concordato della storica acciaieria, suddivisi nei vari siti di Nave, Montirone e Ospitaletto. Un impatto significativo inoltre sempre nel 2015 lo ha avuto la cancellazione di 62 posti del laminatoio di Roè Volciano della ex-Leali, solo in parte compensati dai 14 posti di lavoro in più in Leali Steel di Odolo (i lavoratori sono in mobilità ma dovrebbero essere progressivamente integrati nella Leali Steel per accordo sindacale).

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